PAOLO VI E GLI ARTISTI

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O BEATA VOCE DELL'ARTE

O beata voce dell’arte, o magica eco, che dal mistero della silenziosa bellezza trai musica di segni e di forme sensibili, quando riprenderai a cantare, quando col tuo fascino sovrumano ci riparlerai, per la via gioiosa e a tutti aperta, della subitanea intuizione, del mondo arcano e profondo dell’Essere, donde le nostre cose hanno senso e radice?

E quando Tu, Artista, mediatore tra il regno dello spirito e il regno dei sensi, ritornerai profeta di ineffabili rivelazioni e, interprete amoroso e potente di noi tuoi fratelli, celebrerai nelle tue opere i sommi valori della vita? Penso che questi gemiti, anche se inespressi, siano in fondo agli animi di molti contemporanei, i quali, al contatto con tante manifestazioni artistiche moderne, si sentono raggelare il cuore, ma devono, per non apparire insensibili alla moda e indotti dal gergo critico corrente, tacere, o fingere meraviglia simpatizzante, o costringere sé al plauso ipocrita ed al commento ermetico.

All’apparire perciò sui bronchi della squallida figurazione, oggi diffusa, di qualche primaverile germoglio di antica novità spirituale, gli animi bennati godono, come di dono sempre atteso e ormai poco sperato, e benedicono, come davanti a miracolo di consolazione, all’arte e all’Artista. E penso che questo cordiale senso di gioia e questo invito al respiro interiore, proveniente dall’esteriorità stessa dell’immagine artistica, siano concessi a chi contempla le opere del Messina, qui presentate, guidato a capirle e a collocarle in un grande quadro dal Bargellini; due valenti, a cui diamo finalmente il nome di Artisti: della figura l’uno, della penna l’altro.

Cardinale Giovanni Battista Montini

Presentazione del volume Dio nell’uomo, testo di Piero Bargellini, tavole di Francesco Messina, Galleria d’Arte Sacra dei Contemporanei, 1962

CAPPELLA SISTINA

7 maggio 1964

“…Rifacciamo la pace? quest’oggi? qui? Vogliamo ritornare amici? Il Papa ridiventa ancora l’amico degli artisti?…”

Cari Signori e Figli ancora più cari!

Ci premerebbe, prima di questo breve colloquio, di sgombrare il vostro animo da certa apprensione, da qualche turbamento, che può facilmente sorprendere chi si trova, in una occasione come questa, nella Cappella Sistina. Non c’è forse luogo che faccia più pensare e più trepidare, che incuta più timidezza e nello stesso tempo ecciti maggiormente i sentimenti dell’anima. Ebbene, proprio voi, artisti, dovete essere i primi a togliere dall’anima la istintiva titubanza, che nasce nell’entrare in questo cenacolo di storia, di arte, di religione, di destini umani, di ricordi, di presagi. Perché? Ma perché è proprio, se mai altro c’è, un cenacolo per gli artisti, degli artisti. E quindi dovreste in questo momento lasciare che il grande respiro delle emozioni, dei ricordi, dell’esultazione, – che un tempio come questo può provocare nell’anima – invada liberamente i vostri spiriti. …

Vi può essere un altro turbamento, quasi un’altra paralizzante timidezza; ed è quella che può portare non tanto la Nostra umile persona, quanto la Nostra presenza ufficiale, il Nostro ministero pontificio: è qui il Papa!, voi certo pensate. Sono mai venuti gli artisti dal Papa? È la prima volta che ciò si verifica, forse. O cioè, sono venuti per secoli, sono sempre stati in relazione col Capo della Chiesa Cattolica, ma per contatti diversi. Si direbbe perfino che si è perduto il filo di questa relazione, di questo rapporto.

E adesso siete qui, tutti insieme, in un momento religioso, tutto per voi, non come gente che sta dietro le quinte, ma che viene veramente alla ribalta di una conversazione spirituale, di una celebrazione sacra. Ed è naturale, se si è sensibili e comprensivi, che ci sia una certa venerazione, un certo rispetto, un certo desiderio di capire e di tacere. Ebbene, anche questa sensibilità, se dovesse in questo momento legare le vostre espressioni interiori di liberi sentimenti, Noi vorremmo sciogliere, perché, se il Papa deve accogliere tutti – perché di tutti è Padre e per tutti ha un ministero, e per tutti ha una parola –, per voi specialmente tiene in serbo questa parola; ed è desideroso, ed è felice di poterla quest’oggi esprimere, perché il Papa è vostro amico.

E non lo è solo perché una tradizione di sontuosità, di mecenatismo, di grandezza, di fastosità circonda il suo ministero, la sua autorità, il suo rapporto con gli uomini, e perché ha bisogno di questo quadro decorativo e espressivo per dire a chi non lo sapesse chi lui è, e come Cristo lo abbia voluto in mezzo agli uomini. Ma lo è per ragioni più intrinseche, che sono poi quelle che ci tengono oggi occupati e che interessano il nostro spirito, e, cioè: sono ragioni del Nostro ministero che Ci fanno venire in cerca di voi. Dobbiamo dire la grande parola che del resto voi già conoscete? Noi abbiamo bisogno di voi. Il Nostro ministero ha bisogno della vostra collaborazione.

Perché, come sapete, il Nostro ministero è quello di predicare e di rendere accessibile e comprensibile, anzi commovente, il mondo dello spirito, dell’invisibile, dell’ineffabile, di Dio. E in questa operazione, che travasa il mondo invisibile in formule accessibili, intelligibili, voi siete maestri. È il vostro mestiere, la vostra missione; e la vostra arte è proprio quella di carpire dal cielo dello spirito i suoi tesori e rivestirli di parola, di colori, di forme, di accessibilità. E non solo una accessibilità quale può essere quella del maestro di logica, o di matematica, che rende, sì, comprensibili i tesori del mondo inaccessibile alle facoltà conoscitive dei sensi e alla nostra immediata percezione delle cose. Voi avete anche questa prerogativa, nell’atto stesso che rendete accessibile e comprensibile il mondo dello spirito: di conservare a tale mondo la sua ineffabilità, il senso della sua trascendenza, il suo alone di mistero, questa necessità di raggiungerlo nella facilità e nello sforzo allo stesso tempo.

Questo – coloro che se ne intendono lo chiamano «Einfuhlung», la sensibilità, cioè, la capacità di avvertire, per via di sentimento, ciò che per via di pensiero non si riuscirebbe a capire e ad esprimere – voi questo fate! Ora in questa vostra maniera, in questa vostra capacità di tradurre nel circolo delle nostre cognizioni – et quidem di quelle facili e felici, ossia di quelle sensibili, cioè di quelle che con la sola visione intuitiva si colgono e si carpiscono – ripetiamo, voi siete maestri. E se Noi mancassimo del vostro ausilio, il ministero diventerebbe balbettante ed incerto e avrebbe bisogno di fare uno sforzo, diremmo, di diventare esso stesso artistico, anzi di diventare profetico. Per assurgere alla forza della espressione lirica della bellezza intuitiva, avrebbe bisogno di far coincidere il sacerdozio con l’arte.

Ora, se questo è, il discorso si dovrebbe fare grave e solenne. Il luogo, forse anche il momento, si presterebbero; non tanto il tempo che Ci è concesso, e non tanto il programma che abbiamo prefisso a questo primo incontro amichevole. Chi sa che non venga un momento in cui possiamo dire di più. Ma il tema è questo: bisogna ristabilire l’amicizia tra la Chiesa e gli artisti. Non è che l’amicizia sia stata mai rotta, in verità; e lo prova questa stessa manifestazione, che è già una prova di tale amicizia in atto. E poi ci sono tante altre manifestazioni che si possono addurre a prova di una continuità, di una fedeltà di rapporti, che testimoniano che non è mai stata rotta l’amicizia tra la Chiesa e gli artisti. Anche perché, come dicevamo, la Chiesa ne ha bisogno e poi potremmo anche dire di più, leggendovi nel cuore. Voi stessi lo andate cercando questo mondo dell’ineffabile e trovate che la sua patria, il suo recapito, il suo rifornimento migliore è ancora la Religione.

Quindi siamo sempre stati amici. Ma, come avviene tra parenti, come avviene fra amici, ci si è un po’ guastati. Non abbiamo rotto, ma abbiamo turbato la nostra amicizia. Ci permettete una parola franca? Voi Ci avete un po’ abbandonato, siete andati lontani, a bere ad altre fontane, alla ricerca sia pure legittima di esprimere altre cose; ma non più le nostre.

Avremmo altre osservazioni da fare, ma non vogliamo questa mattina turbarvi ed essere scortesi. Voi sapete che portiamo una certa ferita nel cuore, quando vi vediamo intenti a certe espressioni artistiche che offendono noi, tutori dell’umanità intera, della definizione completa dell’uomo, della sua sanità, della sua stabilità. Voi staccate l’arte dalla vita, e allora… Ma c’è anche di più. Qualche volta dimenticate il canone fondamentale della vostra consacrazione all’espressione; non si sa cosa dite, non lo sapete tante volte anche voi: ne segue un linguaggio di Babele, di confusione. E allora dove è l’arte? L’arte dovrebbe essere intuizione, dovrebbe essere facilità, dovrebbe essere felicità. Voi non sempre ce le date questa facilità, questa felicità e allora restiamo sorpresi ed intimiditi e distaccati.

Ma per essere sincero e ardito – accenniamo appena, come vedete – riconosciamo che anche Noi vi abbiamo fatto un po’ tribolare. Vi abbiamo fatto tribolare, perché vi abbiamo imposto come canone primo la imitazione, a voi che siete creatori, sempre vivaci, zampillanti di mille idee e di mille novità. Noi – vi si diceva – abbiamo questo stile, bisogna adeguarvisi; noi abbiamo questa tradizione, e bisogna esservi fedeli; noi abbiamo questi maestri, e bisogna seguirli; noi abbiamo questi canoni, e non v’è via di uscita. Vi abbiamo talvolta messo una cappa di piombo addosso, possiamo dirlo; perdonateci ! E poi vi abbiamo abbandonato anche noi. Non vi abbiamo spiegato le nostre cose, non vi abbiamo introdotti nella cella segreta, dove i misteri di Dio fanno balzare il cuore dell’uomo di gioia, di speranza, di letizia, di ebbrezza. Non vi abbiamo avuti allievi, amici, conversatori; perciò voi non ci avete conosciuto.

…E allora il linguaggio vostro per il nostro mondo è stato docile, sì, ma quasi legato, stentato, incapace di trovare la sua libera voce. E noi abbiamo sentito allora l’insoddisfazione di questa espressione artistica. E – faremo il confiteor completo, stamattina, almeno qui – vi abbiamo peggio trattati, siamo ricorsi ai surrogati, all’«oleografia», all’opera d’arte di pochi pregi e di poca spesa, anche perché, a nostra discolpa, non avevamo mezzi di compiere cose grandi, cose belle, cose nuove, cose degne di essere ammirate; e siamo andati anche noi per vicoli traversi, dove l’arte e la bellezza e – ciò che è peggio per noi – il culto di Dio sono stati male serviti.

…Rifacciamo la pace? quest’oggi? qui? Vogliamo ritornare amici? Il Papa ridiventa ancora l’amico degli artisti? Volete dei suggerimenti, dei mezzi pratici ? Ma questi non entrano adesso nel calcolo. Restino ora i sentimenti. Noi dobbiamo ritornare alleati. Noi dobbiamo domandare a voi tutte le possibilità che il Signore vi ha donato, e, quindi, nell’ambito della funzionalità e della finalità, che affratellano l’arte al culto di Dio, noi dobbiamo lasciare alle vostre voci il canto libero e potente, di cui siete capaci. E voi dovete essere così bravi da interpretare ciò che dovrete esprimere, da venire ad attingere da noi il motivo, il tema, e qualche volta più del tema, quel fluido segreto che si chiama l’ispirazione, che si chiama la grazia, che si chiama il carisma dell’arte. E, a Dio piacendo, ve lo daremo. Ma dicevamo che questo momento non è fatto per i lunghi discorsi e per fare le proclamazioni definitive.

…Però noi abbiamo già, da parte nostra, Noi Papa, noi Chiesa, firmato un grande atto della nuova alleanza con l’artista. La Costituzione della Sacra Liturgia, che il Concilio Ecumenico Vaticano Secondo ha emesso e promulgato per prima, ha una pagina – che spero voi conosciate – che è appunto il patto di riconciliazione e di rinascita dell’arte religiosa, in seno alla Chiesa cattolica. Ripeto, il Nostro patto è firmato. Aspetta da voi la controfirma.

Per ora dunque Ci limitiamo a dei rilievi molto semplici, ma che però non vi faranno dispiacere. Il primo è questo: che Ci felicitiamo di questa Messa dell’artista e Monsignor Francia ne sia ringraziato; lui e tutti coloro che lo hanno seguito e che ne hanno raccolto la formula. Noi abbiamo visto nascere questa iniziativa, l’abbiamo vista accolta per primo dal Nostro venerato Predecessore Papa Pio XII, Che ha cominciato ad aprirle le vie e a darle cittadinanza nella vita ecclesiastica, nella preghiera della Chiesa; e perciò Ci congratuliamo di quanto è stato fatto su questo filone, che non è l’unico, ma che è buono e che è bene seguire: lo benediciamo e lo incoraggiamo. Vorremmo che voi portaste fuori, a quanti avete colleghi, imitatori, seguaci, la Nostra Benedizione per questo esperimento di vita religiosa artistica che ha ancora fatto vedere che fra sacerdote e artista c’è una simpatia profonda e una capacità d’intesa meravigliosa.

…La seconda cosa è questa, notissima, ma deve, Ci pare, in questo momento essere ricordata; ed è che, se il momento artistico che si produce in un atto religioso sacro – come è una Messa – deve essere pieno, deve essere autentico, deve essere generoso, deve davvero riempire e far palpitare le anime che vi partecipano e le altre che vi fanno corona, ha altre sì bisogno di due cose: di una catechesi e di un laboratorio.

…Non Ci diffonderemo ora a discorrere se l’arte venga spontanea e improvvisa, come una folgorazione celeste, o se invece – e voi ce lo dite – abbia bisogno di un tirocinio tremendo, duro, ascetico, lento, graduale. Ebbene, se vogliamo dare, ripetiamo, autenticità e pienezza al momento artistico religioso, alla Messa, è necessaria la sua preparazione, la sua catechesi; bisogna in altri termini farla prendere o accompagnare dalla istruzione religiosa. Non è lecito inventare una religione, bisogna sapere che cosa è avvenuto tra Dio e l’uomo, come Dio ha sancito certi rapporti religiosi che bisogna conoscere per non diventare ridicoli o balbuzienti o aberranti. Bisogna essere istruiti. E Noi pensiamo che nell’ambito della Messa dell’artista, quelli che vogliono manifestarsi artisti veramente, non avranno difficoltà ad assumere questa sistematica, paziente, ma tanto benefica e nutriente informazione. E poi c’è bisogno del laboratorio, cioè della tecnica per fare le cose bene. E qui lasciamo la parola a voi che direte che cosa è necessario, perché l’espressione artistica da dare a questi momenti religiosi abbia tutta la sua ricchezza di espressività di modi e di strumenti, e se occorre anche di novità.

…E da ultimo aggiungeremo che non basta né la catechesi, né il laboratorio. Occorre l’indispensabile caratteristica del momento religioso, e cioè la sincerità. Non si tratta più solo d’arte, ma di spiritualità. Bisogna entrare nella cella interiore di se stessi e dare al momento religioso, artisticamente vissuto, ciò che qui si esprime: una personalità, una voce cavata proprio dal profondo dell’animo, una forma che si distingue da ogni travestimento di palcoscenico, di rappresentazione puramente esteriore; è 1’Io che si trova nella sua sintesi più piena e più faticosa, se volete, ma anche la più gioiosa. Bisogna che qui la religione sia veramente spirituale; e allora avverrà per voi quello che la festa di oggi, la Ascensione, Ci fa pensare. Quando si entra in se stessi per trovare tutte queste energie e dar la scalata al cielo, in quel cielo dove Cristo si è rifugiato, noi ci sentiamo in un primo momento, immensamente, direi, infinitamente lontani.

…La trascendenza che fa tanto paura all’uomo moderno è veramente cosa che lo sorpassa infinitamente, e chi non sente questa distanza non sente la religione vera. Chi non avverte questa superiorità di Dio, questa sua ineffabilità, questo suo mistero, non sente l’autenticità del fatto religioso. Ma chi lo sente sperimenta, quasi immediatamente, che quel Dio lontano è già lì: «Non lo cercheresti, se già non lo avessi trovato». Parole di Pascal, vero; ed è quello che si verifica continuamente nell’autentica vita spirituale del cristiano. Se ricerchiamo Cristo veramente dove è, in cielo, lo vediamo riflesso, lo troviamo palpitante nella nostra anima: il Dio trascendente è diventato, in certo modo, immanente, è diventato l’amico interiore, il maestro spirituale. E la comunione con Lui, che sembrava impossibile, come se dovesse varcare abissi infiniti, è già consumata; il Signore viene in comunione con noi nelle maniere, che voi ben sapete, che sono quelle della parola, che sono quelle della grazia, che sono quelle del sacramento, che sono quelle dei tesori che la Chiesa dispensa alle anime fedeli. E basti per ora così.

…Artisti carissimi, diciamo allora una parola sola: arrivederci!

(Insegnamenti di Paolo VI, II, 1964, Città del Vaticano, Tipografia Poliglotta Vaticana 1965, pp. 312-318).

Giovedì 7 maggio !964, solennità dell’Ascensione,Paolo VI celebra la santa messa nella Cappella Sistina, per l’Unione Nazionale Italiana «Messa degli Artisti». Con Monsignor Ennio Francia, fondatore dell’Unione, sono il presidente dell’Unione Cattolica Artisti Italiani Prof. Carlo Ceschi, l’Arch. Sangiorgi, segretario dell’Ente Premi Roma, il Prof. Bellonzi, segretario della Quadriennale, i rappresentanti della «Messa degli Artisti» Tra gli intervenuti, il direttore generale delle Belle Arti; numerosi scrittori, pittori, architetti, scultori, musicisti, cantanti, attori, registi.

MESSAGGIO CHIUSURA VATICANO II

8 dicembre 1965

“ Questo mondo nel quale noi viviamo ha bisogno di bellezza per non cadere nella disperazione…”

A voi tutti, adesso, artisti che siete innamorati della bellezza e che per essa lavorate; poeti e uomini di lettere, pittori, scultori, architetti, musicisti, gente di teatro e di cinema… A voi tutti la Chiesa del Concilio dice con la nostra voce: se voi siete gli amici della vera arte, voi siete nostri amici! Da lungo tempo la Chiesa ha fatto alleanza con voi. Voi avete edificato e decorato i suoi templi, celebrato i suoi dogmi, arricchito la sua liturgia. Voi l’avete aiutata a tradurre il suo messaggio divino nel linguaggio delle forme e delle figure, a rendere sensibile il mondo invisibile.

Oggi come ieri, la Chiesa ha bisogno di voi e si rivolge a voi. Essa vi dice con la nostra voce: non lasciate interrompere un’alleanza tra le più feconde! Non rifiutate di mettere il vostro talento al servizio della verità divina! Non chiudete il vostro spirito al soffio dello Spirito Santo!

Questo mondo nel quale noi viviamo ha bisogno di bellezza per non cadere nella disperazione. La bellezza, come la verità, mette la gioia nel cuore degli uomini ed è frutto prezioso che resiste al logorio del tempo, che unisce le generazioni e le fa comunicare nell’ammirazione. E questo grazie alle vostre mani…

Che queste mani siano pure e disinteressate! Ricordatevi che siete custodi della bellezza nel mondo: basti questo a liberarvi da gusti effimeri e senza valori veri, a rendervi capaci di rinunciare ad espressioni strane o malsane. Siate sempre e dovunque degni del vostro ideale, e sarete degni della Chiesa, la quale, con la nostra voce, vi rivolge oggi il suo messaggio di amicizia, di salute, di grazia e di benedizione.

(Insegnamenti di Paolo VI, III, 1965, Città del Vaticano, Tipografia Poliglotta Vaticana 1966, p. 755).

Conclusa la celebrazione della liturgia eucaristica di chiusura del Concilio, Paolo VI comunicò all’Assemblea l’invio a nome dei Padri conciliari di messaggi ad alcune categorie di persone. Il messaggio agli artisti fu affidato al card. Leo Jozef Suenens, arcivescovo di Malines Bruxelles che lo consegnò all’architetto Pier Luigi Nervi, al musicista Gian Francesco Malipiero e al poeta Giuseppe Ungaretti.

APERTURA COLLEZIONE ARTE RELIGIOSA MODERNA

23 giugno 1973

“…l’Arte religiosa è frutto d’altra e ormai sorpassata stagione dello spirito umano, ovvero è e può esserlo anche di questa nostra moderna stagione, ove la radice religiosa sembra aver perduto tanto della sua magica virtù ispiratrice?…”

Signori,

Voi vedete, questa apertura d’una nuova Collezione d’Arte religiosa moderna in Vaticano assume subito l’aspetto di una cerimonia sacra: pregando, cantando, noi varchiamo le soglie di questo ultimo reparto dei Musei Vaticani, or ora allestito per raccogliere opere d’arte, che il genio espressivo del nostro tempo ha prodotto non certo pensando alla loro presente collocazione, e nemmeno intendendo, per la maggior parte almeno di esse, di destinarle precisamente al culto religioso ufficiale.

Pensate intanto: i nostri passi muovono da questa Cappella Sistina, luogo, se altro mai fu, dove l’Arte religiosa diede saggio della sua potenza, dispiegando nelle sue immagini quel concerto di grandezza ideale e di bellezza estetica, che ancora forma e formerà, finché i secoli ne rispetteranno la pur caduca materia, uno degli incantesimi più suggestivi e stimolanti dell’umana civiltà. Muovono dalla Cappella Sistina, non sono per l’ubicazione della nuova Galleria, localmente contigua alla Cappella Sistina medesima, ma perché l’idea d’onorare arte ed artisti di questa nostra età, che al soggetto religioso hanno rivolto opera libera e degna, sorse appunto, come ognuno sa, proprio in questo esaltante cenacolo, durante una memorabile cerimonia, sotto la martellante interrogativa questione: l’Arte religiosa è frutto d’altra e ormai sorpassata stagione dello spirito umano, ovvero è e può esserlo anche di questa nostra moderna stagione, ove la radice religiosa sembra aver perduto tanto della sua magica virtù ispiratrice? Formulando questa domanda Noi sceglievamo, fino da quel primo momento generatore, il criterio direttivo, che poi ha presieduto alla composizione della collezione, che ora stiamo per inaugurare: e cioè Noi ora intendiamo occuparci delle espressioni artistiche, dalle quali tacitamente traspare, palesemente si afferma un riferimento, un’intenzione, un soggetto religioso, liberamente concepito dall’Artista, e lasciamo da parte di proposito le opere, che pur dall’Arte prendono nome e ispirazione, ma che decisamente sacre si chiamano, perché destinate e qualificate per il culto sacro.

Ebbene, chiedevamo allora collettivamente a noi stessi: esiste oggi, proprio nel quadro della nostra vissuta esperienza, un’Arte religiosa, attuale, moderna, figlia del nostro tempo e gemella dell’Arte profana, che ancora assilla ed incanta l’occhio, ed anche lo spirito dell’uomo del nostro secolo? Vi era sì, un’improvvisa risposta rassicurante e positiva, ma non priva di dubbio e di mortificazione, dovendosi restringere tale risposta a qualche caso e a qualche nome, ben degno del suffragio della stima comune, quasi che si trattasse di casi e di nomi isolati e, sotto certi aspetti, velati da qualche timidezza, schiva di confrontarsi con le superbe tradizioni del passato, ovvero con le più qualificate affermazione dell’Arte contemporanea. Sì, dicevamo allora; ancor oggi abbiamo Artisti capaci di misurarsi con le pretese dei soggetti religiosi, e abbiamo opere d’Arte religiosa, anche se non propriamente sacra, che fanno a buon diritto parlare di sé; ma Artisti ed opere di tal genere dove sono? Quanti e quante sono? E la Chiesa, sempre legittima arbitra di giudicare quanto alla sua religione si riferisce, che cosa ne pensa? Che cosa ne dice? Due fenomeni balenarono allora, non senza provocare un certo disagio, ai nostri spiriti; primo: la Chiesa fu maestra di Arte, e cultrice nel passato e conservatrice del passato; la sua grande tradizione s’è poi rallentata e quasi isterilita; dov’è, ad esempio, in questo domicilio delle sue glorie artistiche dei secoli andati un posto per noi moderni? La Chiesa avrebbe solo musei, gelosi custodi dei lavori degli antichi artisti, solo perciò superbi e magnifici cimiteri, da offrire alla nostra ammirazione e alla nostra imitazione? La Chiesa s’è fermata alla storia ormai spenta dei tempi trascorsi? E, secondo: se una cittadinanza dei nobili recinti della Chiesa ufficiale anche per il figli dell’Arte del nostro secolo potesse venire in discussione, non sarebbe negativa la risposta?

Noi, dicono questi figli, quasi tuttora estranei a queste stanze privilegiate, abbiamo fatto molto cammino allontanandoci dai sentieri, che soli sembrano condurre a queste porte: i sentieri della perfezione classica, i sentieri dove la bellezza estetica, dove la dignità intuitiva della forma, dove un pensiero chiaro, sia pure drammatico e romantico, si pronuncia; i sentieri rivolti all’altrui immediata comprensione, non sono più, in un certo senso almeno, i nostri sentieri; non entreremo dunque noi mai più in questo regno del Bello, che solo al vederlo conquide, del Vero, che solo all’occhio esperto della fede ha la sua beata attenzione, del Buono, che solo ragioni trascendenti e universali possono sostenere? La filosofia dell’Arte per noi, si pensava, non ha più a sua guida alcuna lampada valida. E allora?

E allora, ci siamo chiesti noi custodi di questo giardino terrestre dell’Arte religiosa, quali vostri titoli, quali vostri valori potrebbero tuttora giustificare l’ammissione entro queste soglie? Ecco la risposta offerta da questa nostra collezione, la quale, aprendo le porte ad opere moderne di arte religiosa, intende porre in evidenza alcuni canoni della concezione della Chiesa in ordine all’Arte religiosa stessa; sarebbe lungo parlarne; vi accenniamo appena, non foss’altro per giustificare noi stessi di fronte a questa novità. Innanzi tutto, non è vero che solo alcuni determinati criteri dell’Arte dei tempi passati abbiano qui libero ed esclusivo ingresso; secondo, non è vero, a Noi sembra, che i criteri direttivi dell’arte contemporanea, siano segnati soltanto dall’impronta della follia, della passionalità, dell’astrattismo puramente cerebrale e arbitrario; sì, l’Artista moderno è soggettivo, cerca più in se stesso, che fuori di sé i motivi dell’opera sua, ma proprio per questo è spesso eminentemente umano, è altamente apprezzabile. Molti Artisti hanno sostituito la psicologia all’estetica; questa è certamente un’evoluzione, spesso pericolosa e sconcertante, ma più spesso si fa idonea a penetrare nel santuario dello spirito e ad essere da noi, alunni e maestri di spirito, maggiormente apprezzata. In ogni caso, codesta Arte, che nasce più dal di dentro che dal di fuori, è documento che non solo ci interessa, ma ci obbliga a conoscerla; vogliamo dire, a leggervi dentro l’anima dell’Artista, anzi l’anima contemporanea, di cui egli, sciente o no, si fa interprete e specchio sensibile. Diciamo di più: anche in cotesta anima, quella dell’uomo spontaneamente religioso (perché religiosi siamo tutti, metafisicamente, in qualche misura), si dispiega talora qualche voce estremamente originale, alcune volte con virgineo candore, altre volte con straordinario vigore. Così diciamo apertamente: esiste ancora, esiste anche in questo nostro arido mondo secolarizzato, e talvolta perfino guasto di profanazioni oscene e blasfeme, una capacità prodigiosa (ecco la meraviglia che andiamo cercando!) di esprimere, oltre l’umano autentico, il religioso, il divino, il cristiano.

Chi riflette a queste Nostre ragioni, forse più pastorali, che filosofiche ed estetiche, vorrà accogliere, noi speriamo, con riverenza e con simpatia l’iniziativa, che oggi inauguriamo, umili e fieri che ciò avvenga in questa Nostra Casa, dove l’Arte, la grande Arte, ha avuto e conserva i suoi più insigni documenti, ma dove essa certo non disdegna, in virtù della parentela religiosa, d’avere accanto come nuova sorella, l’Arte contemporanea.

Ebbene, la Galleria, che Noi oggi offriamo allo sguardo curioso o critico del pubblico, ha perora una pretesa dominante, quella d’essere documentaria. Documentaria, ancor più che dell’Arte, dell’Artista moderno, il quale è profeta e poeta, a suo modo, dell’uomo d’oggi, della sua mentalità, della società moderna; e se la presente documentazione artistica Nostra ci attesta che i valori religiosi vi sono liberamente e felicemente espressi, Noi siamo felici e pieni di speranza. Forse non tutti i visitatori condivideranno egualmente la Nostra felicità, ma tutti la speranza, sì. Perché nasce spontaneo e convalidato l’auspicio che da questa prima rassegna d’Arte religiosa moderna, posta accanto, se non a confronto, con lo sfoggio circostante dei capolavori vaticani, scaturisca una novella tradizione artistica, e si avvalori nei cuori degli Artisti la convinzione che la Chiesa cattolica è tuttora e sempre loro estimatrice, fautrice e protettrice; e che onorando le opere qui esposte, ella attende sull’amplissimo orizzonte del mondo odierno la fioritura di una primavera nuova dell’Arte religiosa postconciliare.

Noi sentiamo il dovere di ringraziare tutti coloro che hanno favorito questa iniziativa; e premilo siano gli Artisti, specialmente quelli che generosamente hanno offerto opere loro alla nascente collezione, e quelli che ne hanno agevolato la raccolta. E poi ringraziamo quelli che in possesso di quadri o di oggetti d’arte qui esposti Ce ne hanno fatto munifico dono, come quanti hanno contribuito con offerte, con aiuti e prestazioni di vario genere all’esito dell’impresa. Basti dire ch’essa giunge a compimento, senza che ne sia stato gravato il già difficile bilancio della Santa sede, né tanto meno il peculio destinato alle opere buone. In particolare la Nostra riconoscenza si rivolge ai promotori dell’impresa medesima, come agli operatori ausiliari: sacrifici personali, viaggi, ricerche, studi, esperimenti, preparativi, fatiche e lavoro senza risparmio meritano il nostro plauso e la Nostra gratitudine. Confidiamo che ciò sia anche da parte vostra. Salutiamo infine con animo grato e riverente le personalità, le quali hanno accolto l’invito a partecipare a questa apertura della Collezione; la loro presenza, mentre compensa le laboriose cure dei promotori, costituisce un collaudo prezioso all’opera compiuta. Grazie di cuore anche da parte Nostra personale. E nella fiducia che il Signore voglia tutto accogliere come omaggio a Lui reso, passiamo insieme alla visita inaugurale della Collezione d’Arte religiosa moderna, che si apre davanti a noi.

(Insegnamenti di Paolo VI, XI, 1973, Città del Vaticano, Tipografia Poliglotta Vaticana 1974, pp.646-650)

In mattinata Paolo VI incontrò nella Cappella Sistina gli artisti che avevano offerto opere per la Collezione. Dopo il discorso inaugurale e la benedizione offrì agli artisti un volumetto contenente il discorso del 7 maggio 1964 ed una medaglia appositamente coniata. Accompagnato da mons. Giovanni Fallani percorse le varie sale intrattenendosi con gli artisti ed i donatori. Sua la seguente preghiera in latino appositamente composta:

“Dum gratis Deo reddimus, a quo cuncta ad pulchra comparando procedit incitatio, benedictionem eius super omnes artifices imploramus, qui, acceptum ingenium acuentes peculiaremque suam explentes propensionem, creatas res omnes sui arte confectis operibus ad Deum conducunt, ac super eos, qui ad hunc potissimorum operum collectum perficiendum laboraverunt. Oremus: Domine Desu, Creator caeli et terrae, tam antiqua tacque nove Pulchritudo, qui hominum ingenio tribuisti ut sua manu peractis operibus paulum lucis infunderent perexcelsae gloriae tuae; quinque munus iis in super tribuisti ut precipui in universo eiusdem sublimitatis tuae essent praecones; concede nobis, quaesumus, ut quae oculis hic in teris aspicimus eadem sapientiae et maiestatis tuae vestigia agnoscamus, utque, lucis tuae radio collustrati, Pulchrum querentes, usque ad contemplandam speciem tuae celsitudinis in sancta civitate Ierusalem perducamur. Id per eum a te petimus, qui Via est et Veritas et Vita ac perfectum gloriae tuae exemplar, Iesum Christum, Filium tuum, Dominum nostrum. Amen”.

MOSTRA EVANGELIZZAZIONE E ARTE

22 ottobre 1974

…Ora l’arte- sì, anche la nostra angosciata balbettante e alle volte potente arte contemporanea- è un mezzo d’incomparabile efficacia per “evangelizzare…”

Questo nostro Sinodo riserva a suoi partecipanti anche questa piccola sorpresa: quella di accogliere fra le sue varie manifestazioni una mostra d’arte moderna sul volto di Cristo. Noi speriamo che i venerati Padri del sinodo non disdegneranno dal dedicare a questa improvvisata, ma non immeritevole ostensione di pietà e di arte all’immagine per noi desideratissima della faccia umana di nostro Signore Gesù Cristo; e ciò, non solo per l’ossequi religioso che noi siamo sempre pronti e desiderosi di dedicare a quel Figlio dell’uomo, com’Egli stesso si definì, che noi abbiamo la somma fortuna di riconoscere insieme Figlio del Dio vivente; ma anche per un altro non trascurabile motivo, e cioè un motivo che si inserisce opportunamente nel programma del nostro Sinodo, l’evangelizzazione, la quale considera uno dei suoi principali capitoli quello dei “mezzi” per annunciare, per fare conoscere, per avvicinare l’attenzione, la fede e l’amore degli uomini alla figura misteriosa e fraterna di Gesù Signore.

Ora l’arte- sì, anche la nostra angosciata balbettante e alle volte potente arte contemporanea- è un mezzo d’incomparabile efficacia per “evangelizzare”, cioè per divulgare fra gli uomini l’immagine e il pensiero su Cristo Gesù. Come la musica, così l’arte figurativa può offrire un mezzo di primaria importanza a questo scopo, specialmente per la gente del nostro tempo più accessibile al linguaggio dei sensi, a quello dell’arte soprattutto che a quello della mente.

Guardate e giudicate. E vogliate vedere in questa mostra un modesto ma generoso proposito di chiamare l’arte moderna, con i suoi carismi di bellezza e di interiore parola al servizio, all’onore della evangelizzazione.

(Insegnamenti di Paolo VI, XII, 1974, Città del Vaticano, Tipografia Poliglotta Vaticana 1975, p. 1001)

Al termine della XX Congregazione generale dell’Assemblea del Terzo Sinodo dei Vescovi svoltosi a Roma dal 27 settembre al 26 ottobre 1974, Paolo VI pronunciò davanti ai Padri sinodali questo discorso, con cui dava apertura alla prima mostra ordinata dalla Collezione d’arte religiosa e moderna dei Musei Vaticani, il cui catalogo riportava la seguente premessa:

“Gesù è al vertice delle aspirazioni umane, è il termine delle nostre speranze e delle nostre preghiere, è il punto focale dei desideri della storia e della civiltà, è cioè il Messia, il centro dell’umanità, Colui che dà un senso agli avvenimenti umani, Colui che dà un valore alle azioni umane, Colui che forma la gioia e la pienezza dei desideri di tutti i cuori, il vero uomo, il tipo di perfezione, di bellezza, di santità, posto da Dio per impersonare il vero modello, il vero concetto di uomo, il fratello di tutti, l’amico insostituibile, l’unico degno di ogni fiducia e di ogni amore: è il Cristo-uomo. E nello stesso tempo Gesù è alla sorgente d’ogni nostra vera fortuna, è la luce per cui la stanza del mondo prende proporzioni, forma, bellezza ed ombra; è la parola che tutto definisce, tutto spiega, tutto classifica, tutto redime; è il principio della nostra vita spirituale e morale; dice che cosa si deve fare e dà la forza, la grazia, per farlo; riverbera la sua immagine, anzi la sua presenza in ogni anima che si fa specchio per accogliere il suo raggio di verità e di vita, che cioè crede in lui e accoglie il suo contatto sacramentale; è il Cristo-Dio, il Maestro, il Salvatore, la Vita.”

QUINTO CENTENARIO NASCITA DI MICHELANGELO

29 febbraio 1976

“…Maestro per ogni generazione di un’arte che, conquista dei valori umanistici, fino a compiacersi delle forme di pagane espressioni, trae tuttavia la sua più alta e genuina ispirazione dai valori religiosi…”

 

Figli carissimi, amici artisti e cultori dell’arte!

Per la terza volta, durante il Nostro Pontificato, voi siete stati convocati, e quest’oggi per un anniversario che riteniamo quanto mai ricco di significato. Il primo incontro nella Cappella Sistina volle esprimere la volontà di un dialogo, o meglio la ripresa di una conversazione per il cammino dell’amicizia e di una rinnovata comunione di sentimenti e di pensieri. Nel secondo incontro i protagonisti principali siete stati voi, artisti e cultori dell’arte, con opere di pittura e di scultura destinate alla Collezione d’Arte religiosa contemporanea dei Musei Vaticani, testimonianza di sincera adesione alle nostre attese e alle vostre speranze. Oggi ci ritroviamo insieme nell’atmosfera grave e solenne di una celebrazione liturgica che ha lo scopo di dare degna commemorazione al quinto Centenario della nascita di Michelangelo.

Il sacro rito si svolge sotto le volte gigantesche e maestose della cupola michelangiolesca. Nessun luogo era più adatto, a Noi pare, per cogliere il valore e il significato di questa celebrazione. Tutto parla di Michelangelo qui, dove la mole stessa dell’edificio poderoso ed elegante, maestoso e religioso, già mette i nostri sguardi in esaltante contatto, in umile confronto, in riconoscente venerazione con l’incomparabile artista. Qui l’anima percepisce più che mai lo stimolo a salire verso l’alto, per qualcosa che trascende l’uomo stesso e la sua storia, in intimo e beatificante colloquio con Dio, sospinta dal medesimo desiderio di Michelangelo, che anela ad uscire “dall’orribil procella in dolce calma”.

È pertanto con grande rispetto che in questa solenne circostanza Noi ci avviciniamo a questa gigantesca figura del genio umano, col rispetto cioè che è dovuto a così eccelso rappresentante del mondo dell’arte, in ciò che questa ha di più elevato nella sua potenza espressiva, nella sua capacità di essere tramite di realtà invisibili, nella superiore grandezza della sua missione, come già in tanti altri messaggi della sua vocazione, divinatrice dell’arcana bellezza, ch’è nelle scoperte proporzioni delle cose e delle loro innate misure, e specialmente nelle forme dell’uomo, creato ad immagine stessa di Dio (cfr. Gn 1, 27). “La funzione di ogni arte – come diceva il Nostro Predecessore Pio XII di v.m. – sta […] nell’infrangere il recinto angusto e angoscioso del finito, in cui l’uomo è immerso, finché vive quaggiù, e nell’aprire come una finestra al suo spirito anelante verso l’infinito (Pio XII, Discorso dell’8 aprile 1952).

In questo sta la nota inconfondibile del genio artistico di Michelangelo e l’attualità del suo messaggio. Maestro per ogni generazione di un’arte che, conquista dei valori umanistici, fino a compiacersi delle forme di pagane espressioni, trae tuttavia la sua più alta e genuina ispirazione dai valori religiosi, Michelangelo non solo con essa intese liberare l’immagine dalla materia, la figura dalla pietra, l’idea dal disegno, ma si sforzò altresì, attraverso ammirabili forme sensibili, di rivelarci gli aspetti più veri della dignità dell’uomo, della sacralità della vita, della bellezza misteriosa e perfino terribile della concezione cristiana.

Volentieri ognuno si sofferma considerare l’artista tutto assorto nelle sue creazioni, vivo dentro la cerchia delle fattezze umane dei suoi personaggi, emulo degli antichi nello sforzo titanico di ingigantire idealmente l’umana statura, e nel rapimento estatico di eguagliare la perfezione ellenica. Ma ciò che a noi piace maggiormente notare in questo momento è la coerenza e la forza grandiosa di realizzazione di tante opere, nelle quali il tema fondamentale, Dio e l’uomo, stanno continuamente di fronte. Meditando e contemplando il mistero del Dio vivente, creatore, redentore, giudice, Michelangelo definì il destino di ogni umana esistenza attorno all’adorabile figura di Cristo.

A questo punto il Nostro pensiero vede sorgere dinnanzi a sé le figure incantevoli delle più celebri sculture di Michelangelo, a cominciare da quella incredibile per un giovane non ancora venticinquenne, della Madonna che ora veglia, dolorosa e piissima, alle soglie di questa Basilica. “Con questa Pietà, commenta il Papini (G. Papini, Via di Michelangelo, p. 435), non è soltanto il genio giovane di Michelangelo che si afferma con vittorioso splendore agli occhi di tutti, ma nasce la grande scultura cristiana moderna, sintesi miracolosa della perfezione ellenica e della spiritualità medioevale”. E poi gli altri colossali simulacri famosi, che definiscono questo massimo scultore, dal giovane atleta ch’è il Davide fiorentino, al Mosè gigante corrucciato di S. Pietro in Vincoli, alla singhiozzante Pietà del Rondinini, e via, via… E si arresta lo sguardo alla rivelazione, non nuova, ma qui insuperabile di Michelangelo pittore, alla Sistina, a quel sacrario dell’arte che col suo possente compendio della storia umana ricapitolata in Cristo, esprime nella maniera più sublime la grandezza religiosa dell’arte michelangiolesca. Ci piace immaginare l’artista aggirarsi negli spazi architettonici solenni, che lo videro per lunghi anni, in periodi diversi della sua vita ed in momenti successivi dell’attività artistica, sui ponti di lavoro, in compagni del suo vasto poema pittorico, a cui collaborarono, come per il poema di Dante, cielo e terra. Chi guarda quelle sequenze pittoriche, si chiede che rapporto possa avere con noi quella popolazione di figure vigorose: noi veniamo alcuni secoli dopo, e tanto la società come il mondo cristiano hanno problemi ben diversi da allora. Eppure la Sistina ci dà come il resoconto di una lotta e di una conquista, quasi un mondo in fieri, dove i figli della luce, per il carattere sacramentale che è il loro, coraggiosamente combattono, senza stancarsi, per il trionfo della verità.

Le forme, qui più che mai, sono in funzione diretta delle idee religiose. Possiamo sostare ammirati davanti alla folla della Sistina, evocata dal genio di Michelangelo; ma non si può tralasciare l’ascolto della parola, così ben individuabile nell’atteggiamento dei corpi e nell’espressione del volto: ci sono gli angeli, i profeti, gli Apostoli, i Pontefici, i martiri, i confessori della fede, il mondo delle Sibille. Domina sovrana la presenza di Dio, di un Dio giusto e misericordioso, che all’umanità decaduta offre il soccorso della redenzione per una vita nuova. Il collegamento dell’immenso scenario è la Bibbia, emergente nei suoi valori sacri attraverso le immagini che con loro linguaggio figurativo aggiungono un contributo di poesia e di profezia all’esegesi del testo sacro.

Michelangelo è l’artefice, è il demiurgo, di questa grande predicazione religiosa che a noi, non meno che agli uomini del suo tempo, appare prodigiosa per l’arditezza della sua impostazione iconografica e per la sua potenza espressiva. Non c’è parola umana che possa suscitare tanta emozione, che faccia tanto riflettere e meditare, quanto la rappresentazione che di quelle verità ha dato il Buonarroti. La Cappella Sistina con il suo Giudizio Universale diventa così quasi un libro aperto ai dotti e agli incolti, ai fedeli e ai non credenti, come pure un efficace richiamo al popolo di Dio per continuare a vivere le certezze del Vangelo, per non cadere “come fanciulli sbattuti da ogni vento di dottrine per gli inganni degli uomini” (Ef 4,14). La nostra celebrazione liturgica vuol essere una doverosa testimonianza di gratitudine la quale, dopo che a Dio, si rivolge A Michelangelo per l’aiuto che egli stesso ha donato alla nostra preghiera, incoraggiandoci con la sua visione di arte ad elevarci verso il divino, come si eleva al cielo la maestosa Cupola ideata dal suo genio, sotto la quale insieme a tante anime cantiamo il Credo e gli inni della nostra fede.

Ed ora, amici artisti e cultori dell’arte qui presenti, in un momento così solenne e suggestivo il Nostro pensiero si rivolge particolarmente a voi. L’esempio che ci viene da Michelangelo è una lezione che deve avere anche ai nostri giorni una sua continuità, per la dignità della vostra missione, come pure per la gioia di una nuova primavera dell’arte cristiana, che, sotto l’impulso del Concilio Vaticano II, si annunzia ricca di promesse in seno alla Chiesa. E tanto più urgente ed opportuno ci appare questo richiamo, perché falsi principi ispirati ad una concezione della vita senza speranza superiore minacciano di far decadere l’arte dai suoi sublimi compiti. Se l’arte, secondo la scultorea definizione dantesca, è “a Dio quasi nipote”, essa ha bisogno di avvicinarsi a Dio, di conoscerlo e di amarlo in uno sforzo costante di purificazione e di donazione.

Chi conosce la biografia di Michelangelo ben sa che al vespro della sua lunga vita (egli morì a 89 anni nel 1564), lo spirito inquieto e veggente dell’Artista ebbe un tormentato pensiero, il quale non paralizzò la sua mano sempre armata di scalpello, ma sconvolse il suo giudizio di valore niente meno che sull’arte, la sua arte, quasi fosse vana fatica, ostacolo alla sua salvezza. Ultimo pensiero triste e agitato del Grande, ma pensiero sapiente: egli vide che l’arte, per quanto regale e sublime, non è, nel quadro dell’umana esistenza, fine a se stessa; è e dev’essere una scala che sale; essa conta per quanto è rivolta al supremo vertice della nostra vita, a Dio. Ricordate le sue gravi parole, rese più espressive dalla poesia (forse del 1555)? “Né ginger, né scolpir fie più che quieti / l’anima, volta all’amor divino / c’aperse, a prender noi, ‘n croce le braccia (G. Papini, Vita di Michelangelo, p. 999).

Cioè l’arte, specialmente l’arte, come ogni attività umana, deve essere tesa in uno sforzo di sublimazione, come la musica, come la poesia, come il lavoro, come il pensiero, come la preghiera, deve rivolgersi in alto. Michelangelo perciò vi ricorda di quanto aiuto sia la fede per l’artista, trovando questi in essa il continuo stimolo a superarsi, a meglio esprimersi, a fondere le sue esperienze in quelle magnifiche sintesi, di cui la storia dell’arte, nei suoi momenti più alti, ci ha dato incomparabili modelli. Solo così, come esige l’altissima vostra missione, saprete mettervi a servizio nobile e cosciente dell’uomo, che ha continuamente bisogno di essere aiutato ed istruito a ben pensare a ben sentire e a ben vivere. Porgendogli la mano fraterna che lo elevi ad amare “tutto ciò che vi è di vero, di puro, di giusto, di santo, di amabile (Fil 4, 8) voi avrete contribuito all’opera della pace, e il “Dio della pace sarà con voi” (ibid. 4, 9).

Con questo Nostro paterno augurio ricevete la Nostra Apostolica Benedizione.

(Insegnamenti di Paolo VI, XIV, 1976, Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana 1977, pp.143-148)

Al termine della concelebrazione eucaristica il Papa si recò nella cappella della “Pietà” di Michelangelo e depose ai piedi dell’altare un cesto di fiori.

 

 

MOSTRA VITA DI SAN PAOLO

8 ottobre 1977

“…Oh, qui voi non siete del tutto forestieri, ma attesi, accolti, compresi anche (non sempre facile cosa!), e sempre con nostra segreta speranza che una nuova epifania di imprevista bellezza abbia una sua rivelatrice aurora.”

Prima ancora di fermare lo sguardo sulla Mostra artistica, che abbiamo davanti, noi dobbiamo rivolgere la nostra attenzione agli Artisti, che ne sono gli autori, e che meritano il nostro riverente, riconoscente e cordiale saluto, anche perché questa è ottima occasione di conoscerli di persona, e la persona primeggia sempre nella scala dei Nostri interessi. A voi, Artisti, autori delle opere che sono qui esposte, il Nostro grato e riverente “benvenuto”, come si offre a persone, che per la loro qualificante professione, sono nella nostra stima e nella nostra simpatia. Alcuni di voi ci sono già noti per precedenti incontri, o per la rinomanza che circonda l’opera vostra; e noi siamo lieti ed onorati che Ci si offra la felice occasione per assicurarvi che l’antica e tradizionale simpatia umanistica, di cui gli Artisti hanno goduto in questa casa di San Pietro, dove l’Ineffabile ha domicilio (cfr. 1 Pt 1, 1-5), non è spenta, anzi è rianimata da nostalgico amore e da rinascente amicizia. Anche oggi ve ne è dato argomento; qui voi non siete del tutto forestieri, ma attesi, accolti, compresi anche (non sempre facile cosa!), e sempre con nostra segreta speranza che una nuova epifania di imprevista bellezza abbia una sua rivelatrice aurora.

Dunque, Signori, a voi il Nostro omaggio, pieno di riconoscenza e di ammirazione.

Poi il Nostro occhio, com’è naturale in un’esposizione d’opere d’arte, si rivolge ai vostri lavori, e ne subisce l’incanto, commosso da un duplice sentimento, di riconoscenza e di ammirazione. Non rinunceremo ad un altro sentimento, quello di critica, istintivo anche in Noi che pur non abbiamo pretese di consumata competenza e che Noi rimandiamo al momento più tardo dopo la visione e dopo la riflessione.

Per comprendere questa singolare manifestazione artistica dobbiamo rifarci all’idea che le ha dato origine; idea il cui merito spetta ad un gruppo di amici, molto bravi ed appassionati circa i problemi artistici-spirituali, i quali, a nostra insaputa, si sono proposti di onorare gli ottanta anni, che abbiamo testé compiuti, invitando appunto ottanta Artisti a concorrere, ciascuno con una propria opera, alla composizione d’una raccolta di lavori, tutti e ciascuno aventi per soggetto San Paolo, con l’intenzione di fare cosa grata alla Nostra ottantenne persona, offrendole in venerazione una collezione d’immagini raffiguranti l’Apostolo, del quale, come in degnissimi, ma fedeli cultori, noi, pur senza abdicare in privato il nome battesimale del Precursore Giovanni Battista, sempre da noi veneratissimo, abbiamo assunto il nome per ottenerne la protezione, senza alcuna presunzione di saperne seguire a dovere gli insuperabili esempi; così che dobbiamo noi stessi essere lieti di questa preziosa e originale apoteosi, che voi Artisti, assecondando l’ardita proposta a voi fatta, avete reso all’Apostolo, dottore delle genti (cfr. 1 Tm 2, 7), seguace ed emulo nel martirio, come poi nel culto, socio dell’Apostolo Pietro (cfr. Gal 1, 18; 2, 2. 8-9. 14; Prat, St Paul, pp56 ss.). Sappiamo che l’idea primitiva ha avuto un complemento nel voler illustrare un tema centrale della teologia paolina quale quello di Cristo Crocifisso e Risorto con o per di altri artisti, di cui alcuni non più viventi.

Anche ai generosi donatori di queste opere vada il nostro più commosso e sincero ringraziamento. Ed eccoci alla figura di San Paolo, la quale, com’essa doveva, non solo ha ispiratoli vostro genio artistico, ma l’ha certamente tormentato. Vero che San Paolo stesso confessa la sua estetica umiltà, e forse il cambiamento stesso del suo nome ebraico, Saul, dalle risonanze maestose, in quello di Paulus, che richiama un concetto di piccolezza; cambiamento che Sant’Agostino pensa si possa attribuire ad un proposito di umiltà di San Paolo stesso: Non ob aliud hoc nomen elegit, nisi ut se ostenderet parvum, tamquam minimum apostolorum (S. Augustini, De Spiritu et lettera, VII, 12: PL 4,207). Forse la sua presenza suggeriva questa autodefinizione, ricordando le parole di Paolo relative alla sua persona: praesentia autem corporis infirma et sermo contemptibilis (2 Cor 10, 10).

Si vede che d’intorno a Paolo ferve una polemica che tende a discreditarlo, ma che offre a lui l’occasione, per noi fortunata, di fare una propria apologia che ci lascia intravedere una grandezza incomparabile. È una pagina celebre della seconda lettera ai Corinti; essa dovrebbe essere letta e fissata in una precisa ricostruzione storica, di cui gli Atti degli Apostoli ci conservano solo fugaci frammenti; basti ora a noi rievocarne qualche frase per comprendere quale sia la statura del “piccolo” Paolo; scoppia la parola sotto la sua penna: “In quello in cui qualcuno osa vantarsi, lo dico da stolto, oso vantarmi anch’io. Sono Ebrei? Anch’io lo sono. Sono Israeliti? Anch’io! Sono stirpe di Abramo? Anch’io! Sono ministri di Cristo? Sto per dire una follia: io lo sono più di loro! Molto più nelle fatiche, molto più nelle prigionie, oltre misura di più nelle percosse, spesso in pericolo di morte. Cinque volte dai Giudei ho ricevuto i trentanove colpi; tre volte sono stato battuto con le verghe, una volta sono stato lapidato, tre volte ho fatto naufragio, ho trascorso giorno e notte in balìa delle onde. Viaggi innumerevoli, pericoli sui fiumi, pericoli di briganti, pericoli dai miei connazionali, pericoli dai pagani, pericoli nella città. Pericoli nel deserto, pericoli sul mare, pericoli da parte dei falsi fratelli, fatica e travaglio, veglie senza numero, fame e sete, frequenti digiuni, freddo e nudità. E oltre a tutto questo, il mio assillo quotidiano, la preoccupazione per tutte le Chiese. Se è necessario vantarsi, mi vanterò di quanto si riferisce alla mia debolezza. Dio Padre del Signore Gesù, lui che è benedetto nei secoli sa che non mentisco. A Damasco, il governatore del re Areta montava la guardia alla città dei Damasceni per catturarmi, ma da una finestra fui calato per il muro in una cesta e così sfuggi alle sue mani. Bisogna vantarsi? Ma ciò non conviene! Pur tuttavia verrò alle visioni e alle rivelazioni del Signore. Conosco un uomo in Cristo che quattordici anni fa – se con il corpo o fuori del corpo non lo so, lo sa Dio – fu rapito fino al terzo cielo. E so che quest’uomo […] fu rapito in paradiso e udì parole indicibili che non è lecito ad alcuno pronunciare […] Per la grandezza delle rivelazioni mi è stata messa una spina nella carne […] A causa di questo ben tre volte ho pregato il Signore che l’allontanasse da me. Ed egli mi ha detto:”Ti basta la mia grazia; la mia potenza si manifesta infatti nella debolezza”. Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, affinché dimori in me la potenza di Cristo” (2 Cor 12).

Questa rievocazione drammatica e mistica insieme che San Paolo fa della sua biografia ci fa pensare al messaggio dottrinale che egli lasciò alla Chiesa ed ai secoli sopra Cristo e che diede conclusione all’economia religiosa dell’Antico Testamento e che portò contributo straordinario e decisivo alla formazione del Nuovo Testamento, cioè del rapporto ora vigente e duraturo fino alla fine del mondo presente tra Dio e l’umanità. Paolo, sebbene favorito da una rivelazione personale (Gal 1, 12), è perfettamente nell’alveo del Vangelo apostolico, con Pietro e con gli altri apostoli e la prima comunità cristiana; ma egli più di tutti presenta alcuni aspetti essenziali della religione scaturita dalla tradizione ebraica, come l’assoluta ed esclusiva preminenza di Gesù Cristo, Salvatore e Mediatore, unico e necessario, del Quale egli si sa e si dichiara praedicator et apostolus et magister gentium (2 Tm 1, 11), egli rompe più degli altri apostoli gli argini che contenevano Israele chiuso ermeticamente in se stesso, e comincia risolutamente a diffondere la religione universale di Cristo per tutta l’umanità; è il primo missionario volontario e cosciente della Chiesa Cattolica (cfr. Rm 1, 14).

Accogliamo perciò con appassionata attenzione anche la testimonianza artistica di questa Mostra; essa Ci avverte che non mai è esaurita la Nostra ammirazione su questa apostolica figura e ringraziamo tutti quanti Artisti, donatori, promotori, e a tutti auguriamo che il motto di S. Paolo “in Cristo” sia luce e salvezza. Con la Nostra benedizione.

(Insegnamenti di Paolo VI, XV, 1977, Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana 1978, pp.920-924)

Nella galleria del braccio basilicale di San Pietro, detto di Carlo Magno, Paolo VI inaugurò la mostra di pittura, scultura e grafica, ordinata dalla Collezione d’arte religiosa moderna dei Musei Vaticani, che raccoglieva centocinquanta opere di centotrentaquattro artisti italiani e stranieri, moderni e contemporanei, omaggio al papa in occasione del suo ottantesimo compleanno. Al termine Paolo VI consegnò agli artisti un’edizione in folio delle Lettere di San Paolo e una medaglia ricordo.